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L'intervallo di risonanza dell'oncologia

 Il mondo dell’oncologia ci offre un intervallo di risonanza del tutto speciale e specifico: è l’occasione di osservare il nostro mondo fuori dal nostro mondo di persone normalmente sane.
 La psiconcologia è la nuova evoluzione della più comune psicologia e della conseguente tecnica di psicoterapia: evolve con l'evolversi della ricerca e dell'efficacia dei risultati delle cure.
Al progredire degli uni deve seguire il progresso dell'altra.
 Quanto vale per il mondo dei normalmente sani è completamente diverso nel mondo delle persone che entrano nel mondo delle cure oncologiche.
Comprendere e descrivere queste differenze è il lavoro dello psiconcologo.
 Chi entra nel secondo mondo dell'oncologia scopre il primo quasi fosse la prima volta che lo vede.
E' cambiato in un istante il suo punto di vista: scopre due mondi distinti e inter-connessi dove sani e diversamente-sani appaiono vicini eppure lontanissimi, specialmente se quello dei sani ignora il mondo dei diversamente sani dei pazienti oncologici e di tuti quelli che hanno a che fare con loro.
Ci si scopre simili a chi, vivendo sulla terra, neanche immaginava che qualcuno potesse popolare la luna e anche se informato della scoperta delle nuove popolazioni non ne volesse neanche sentir parlare.
A chi ci lavora e a chi ci vive capita continuamente di assistere alla reazione di paura e di plateale negazione al primo cenno: "... ti prego no... queste cose mi fanno impressione, ti prego cambiamo discorso...".
 La distanza tra i due mondi è solo un passo il paziente, quando riceve la prima diagnosi.
Da quel mondo non si muoverà più.
Allo stesso modo per tutti quelli che lo circondano e avranno a che fare con lui.
Ma a loro una sorte diversa: gli accompagnatori la sorte di fare il viaggio di andata e ritorno continuamente, anche più volte al giorno entrando e uscendo dall'ospedale o dai centri di cura.
Agli accompagnatori l'invisibile sorte di andare e venire continuamente, quasi come se fosse un andare e venire come tanti altri.
Una transizione che devono affrontare, loro malgrado, ma quasi sempre senza nessun riconoscimento perché tutte le attenzioni appare ragionevole concentrarle su chi è ufficialmente malato.
Si genera invece una tale sofferenza che molti preferiscono restare in ospedale o in clinica più a lungo possibile proprio per non doversi adattare e riadattare continuamente all'uno e all'altro mondo.

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