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Imparare a Tremare: l'arte ella meditazione

Imparare a tremare è una paginetta di un libricino bianco dal titolo: "Il silenzio è cosa viva" di Chandra Livia Candiani, edizioni Einaudi.
Il sottotitolo lo identifica come un manualetto minimo per imparare 'L'arte della meditazione'.
Chi entra o passa nel mondo dell'Oncologia potrebbe prenderlo come una specie di strumento indispensabile, equivalente alle bombole per un palombaro o alle ali per un aviatore.
Non se ne dovrebbe fare a meno insomma.
La meditazione è uno stato dell'animo, un modo per dare ascolto alla nostra anima, una collimazione di lenti per mettere a fuoco quel che c'è e averci a che fare: quel che c'è è quel che c'è.
Qualunque cosa sia, esiste.
Imparare a meditare significa più imparare ad ascoltare concretamente, e il primo passaggio è sospendere la tentazione di dire noi qualcosa.
Aspettare, restare in attesa, in ascolto appunto. Senza fretta che anche la fretta è un modo per interrompere l'ascolto. 
Chandra Livia è una persona che vorrei conoscere per starci un po' insieme ma non per chiacchierare, semmai per restare in silenzio.
Il silenzio è cosa viva.

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La posizione

Quando ci riesco suggerisco ai miei pazienti di incuriosirsi alla meditazione per attraversare in modo più interessante la loro esperienza di malattia e le cure.
Evito di dare l'idea che la meditazione sia in qualche modo una ennesima sostanza terapeutica, almeno non più di una doccia o di lavarsi i denti, pe evitare estetizzazioni miracolistiche che non è proprio il caso di alimentare.
Nella letteratura disponibile ho selezionato alcuni testi di approfondimento perché, per dirla come se fosse un coktail non aggiungono additivi ma restano fresca acqua di fonte.
Poi a chi piace aggiungere anche alti sapori come suoni, incensi o Guru di varia tipologia  sarà una sua scelta.
Per cominciare suggerisco a orientarsi https://zeninthecity.org/
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Il cane è utile ma non necessario

Si racconta di un maestro di meditazione che mentre meditava si ritrovava sempre un gatto accoccolato in grembo.
Quando morì i suoi studenti acchiappavano un gatto, lo legavano, e se lo mettevano in grembo perché altrimenti scappava.
A me capita con Budo: quando mi metto seduto lui arriva e mette la testa sui piedi, dopo avermi leccato le mani e si addormenta.
Non ce la faccio a cacciarlo o a chiudere la porta e quando si mette a russare mi viene da ridere.
Ne potrei fare a meno: basta il cuscino, una candela e un tappeto ma così mi pare molto più divertente tornare al respiro mentre rido, mentre penso, mentre cerco un po' di silenzio.
La meditazione in sé è abbastanza noiosa, non succede niente: niente luci, suoni, pulsazioni. A qualcuno capita ma è raro che la Kundalini si metta a vibrare mentre te ne stai sul cuscino nella tua stanzetta in penombra. E comunque non è quello il punto.
Non so se tutti i cani apprezzano dormire mentre mediti, non so come va con i gatti o con altri animali.
Semmai fatemi sapere, sono curioso. 



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Stare sul respiro che entra e che esce

Spiegare la meditazione è come spiegare una barzelletta scema: dopo non fa più ridere, già era scema la storiella.
Tutto si concentra sul respiro che entra ed esce e finisce lì.
I pensieri passano, le emozioni sgambettano dietro i pensieri e se li lasci passare senza trattenerle vanno e vengono come le nuvole.
E' bello guardarle gonfiarsi e sgonfiarsi, prendere forme diverse e scomparire.
Stare sul respiro è come tener fermo il mirino, render stabile la telecamera per non avere poi immagini mosse, rendere stabile il telescopio per guardarci dentro e vedere quel che c'è laggiù.
Solo che siccome teniamo gli occhi chiusi quella cosa laggiù siamo noi, qualsiasi cosa questo significhi.
A essere precisi gli occhi sono aperti a fessura se o ci si addormenta.
A distanza di circa un metro è utile tenere accesa una candela, così si crea penombra e la luce che filtra dalla fessura non abbaglia.
Tutto qui.
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Stare fermi e poi?

Se cerchi di stare sul respiro entri ed esci dal livello consueto con cui stiamo al mondo.
Guadagni l'accesso al mondo dentro di te e puoi osservarlo da un punto nuovo, diverso dal solito.
Stare fermi a schiena dritta, più comodi possibili ma non sbracati, anzi come se un filo ti tirasse la testa per dire che devi stare dritto, con il mento un po' in giù non come si vede spesso con gente con il naso per aria (serve a regolare la circolazione intracranica, ma lasciamo perdere),
con le spalle rilassate e le mano in grembo come se tenessi un uovo così i pollici si sfiorano, la mano sinistra che contiene la destra 
oppure le palme delle mani stanno sulle ginocchia rivolte in su o in giù.
Se l'attenzione torna sempre al respiro che entra ed esce si sente una leggera frescura ma è un riferimento dome il filo di quello che scende in apnea lungo il filo e lungo il filo risale.
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Guarda chi c'è?

Mentre ti ostini a stare anzi a tornare al respiro tutto gira, si muove: pensieri, emozioni, pruriti, dolori vari, tosse.
Se serve ci si gratta, se fa male un crampo o si addormenta un piede magari gli si dà fiato.
Poi si torna, gentilmente a star fermi.
La mascella rilassata, la lingua rilassata. 
Non succede quasi mai niente e non è detto neanche che dopo stai 'meglio'.
Stai 'diverso': provare per credere.
A volte ti guardi o non ti riconosci.
A volte invece, dopo un po' che hai meditato, ti guardi e ti riconosci.
In entrambi i casi conviene salutarsi con gentilezza.
 
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Un manale per cominciare

Meditare è così banale che per renderla più appassionante viene voglia di complicarla con regole, divieti e illusioni.
Mi dispiace ma non è diverso da lavarsi i denti e fare una doccia, una pratica di base.
Una pratica intransitiva: fine a sé stessa.
Comincia e finisce lì.
Poi chi vuole può farsi dei film salvifici, terapeutici, drenanti delle varie aggregazioni di pensieri foschi, preoccupazioni e fantasie.
Perciò tanto per andare sul liscio consiglio qualche lettura interessante.
Tra i tanti che ho studiato questo manualetto breve mi piace per la sua semplicità. 
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Goleman e le piogge monsoniche

Goleman e il suo amico Davidson partono per il Tibet come tanti fricchettoni dell'epoca d'oro dei figli dei fiori.
Hanno venticinque anni.
Laureati in psicologia ad Harvard, la migliore università americana, sono pieni di speranze e di una civiltà americanocentrica, una cultura classificatoria e un po' scema.
Li sorprende la stagione dei monsoni e, mentre fuori piove a dirotto, chiacchierano con i pellegrini che passano mentre vanno o tornano da templi, guru, Santoni e religioni varie sparpagliate sulle vette più alte del mondo.
Fare un minimo di ordine nei racconti, nei linguaggi e nelle visioni sembra impossibile.
Come parlare con i palombari d'abisso se al massimo hai fatto un tuffo vicino alla spiaggia e nuoti in brevi apnee con la maschera e il boccaglio.  

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L'edizione disponibile

In libreria si trova l'edizione moderna e a poco prezzo di questa storia spassosissima di uno che prova a descrivere con parole di psicologia americana quello che appare ai grandi meditatori tibetani.
Per fortuna tra i tanti passa anche un tedesco esperto di meditazione penetrativa e soprattutto matematico in un altro vita: Joseph Goldstein , che suggerisce una sintesi con il suo accento strano: “… è semplice matematica! Tutti i sistemi di meditazione mirano all’Uno o allo Zero: all’unione con Dio o al Vuoto.
Se il cammino a Dio passa attraverso la concentrazione su di Lui, quello è Uno.
La penetrazione nella vacuità della propria mente, senza Dio, quello è Zero …”
.
Come non leggere la sua classificazione delle varie forme di meditazione ?

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Bellissimo a parte il titolo

A leggere il titolo passa la voglia di comprarlo. Peggio ancora il retro di copertina che promette la panacea per tutti i mali pur di essere vendibile pure negli autogrill.
Per fortuna è un libro appassionante: è il racconto della seconda parte della vita di David e Richard J.
Hanno meditato 'in segreto' per trent'anni, sono diventati amici del Dalai Lama e di tanti altri meditatori di tante correnti di pensiero, livelli di esperienza e età diversi.
Racconta di quando hanno provato a misurare la meditazione: non dico altro, se no che gusto c'è a scoprire cosa è successo... 

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Dalla meditazione alla mindfulness

Eliminando i primi sei passi dell'ottuplice sentiero indicato dal Buddha, che non è un nome ma un verbo: il Risvegliato, si può credere di vendere e quindi comprare la meditazione un tanto al chilo come la ricotta: "...so' tre etti e mezzo che faccio lascio?".
Leggere questo breve ma densissimo volumetto è uno spasso se interessa capire da dove è arrivata la Mindfullness e come mai ce la troviamo in ogni possibile declinazione: per la terapia, per la leadership, per la coppia, per crescere figli felici e per passeggiare con il cane,  ecc.
La mindfulness da sola è come pretendere di cuocere la pasta al dente ma senza pasta, senza pentola, senza fuoco, senza fornello e senza acqua bollente né sale "...perché gli americani sono sensibili ai temi etici".
I primi sette passi, appunto.

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Dalla mindfulness alla psicoterapia

Poteva mancare l'applicazione della mindfullness alla psicoterapia?
Per fortuna in questo libretto gustosissimo è disponibile una sintesi delle  linee di pensiero della psicologia e della psicoterapia confrontate all'esperienza della meditazione definita appunto mindulness: di consapevolezza.
Magari bastasse la meditazione a modificare in meglio le nostre nevrosi e dare ordine alle nostre relazioni e mettere insieme le parti scisse.
Però la meditazione in qualche modo ancora non chiaro aiuta il percorso di psicoterapia, e poi è gratis, tanto vale provare.

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Guarire con la meditazione?

Il titolo promette ma è solo per vendere una copia.
La meditazione da sola non cura praticamente niente. 
Però ne suggerisco caldamente la lettura perché è comunque molto interessante.
Però è utile nelle cure per tante ragioni ancora in gran parte sconosciute per il semplice fatto che non esiste una sola forma di 'meditazione': quando si tenta di studiarne le forme, le caratteristiche e gli effetti i volontari sono diversi per età, esperienza, stile e non si riesce a trovare una variabile indipendente d i cui misurare la variazione.
In psicologia capita sempre e in psicoterapia è una certezza: tutto è soggettivo, relazionale e irriproducibile.
Però esiste un fattore comune: l'ass factor.
Per meditare bisogna stare seduti.
Ma neanche sempre ...

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