
La prognosi oncologica è una ipotesi dell’andamento medio di una malattia che non tiene conto delle differenze individuali: della capacità di ciascuno di adattarsi e di reagire.
Può dipendere anche da noi in quale punto collocarci nella curva statistica: nella parte a sinistra, la peggiore, nel suo punto intermedio o nella parte a sinistra?
Un esempio è la storia del dottor David Servan-Schreiber: un medico francese specialista in radiologia.
Quando scoprì il suo tumore cerebrale per la statistica avrebbe avuto sei mesi di vita.
Da medico specialista andò a cercare tutte le pubblicazioni esistenti sulla sua patologia: analizzò i dati e i meta-dati ( un livello ancora più raffinato di analisi delle evidenze) per individuare le ragioni per cui a parità di patologia alcuni erano appunto all’inizio della curva e in altri punti intermedi.
Nel suo libro Anticancro racconta come è riuscito a restare in vita per altri vent’anni e cosa ha scoperto seguendo questa logica.
Ha scritto vari libri e ha promosso moltissime conferenze per diffondere quanto andava via via scoprendo.
Se ne trovano molte su youtube.
Reagire significa capire fino in fondo la propria situazione clinica e le sue prospettive e fare in modo di creare con l’oncologo e la sua equipe un clima di costruttiva fiducia e collaborazione: e insieme fare tutto quello che si può fare, ogni azione utile.
Reagire significa attraversare la fase in cui il senso di estraneazione ci paralizza.
La paralisi e le paure si attraversano studiando e imparando.
Imparare cosa?
Innanzi tutto come aderire alle cure e poi come modificare le nostre abitudini in modo coerente ad esse.
Sostenere questa evidenza è molto dura, non sempre i familiari riescono da soli a compiere anche loro la trasformazione necessaria a trasformare il proprio stile di vita per integrarlo alle necessità del paziente oncologico.
Si rischia il paradosso della 'doppia cucina': una per il paziente e una per i suoi familiari.
L'oncologo può favorire il cambiamento, augurarlo o prescriverlo ma non può anche occuparsi di realizzarlo.
Anche il biologo-nutrizionista non sempre riesce da solo a favorire condizioni di reale trasformazione delle abitudini.
Anche in questo caso la presenza dello psiconcologo può essere utile nel creare gruppi di informazione per pazienti e familiari e, soprattutto, attivare momenti conviviali in cui si impara un nuovo modo mangiare ma anche di fare la spesa e cucinare.
Per mangiare bene tutti. La questione che voglio sottolineare è che le cure sono sempre, e specialmente in oncologia, qualcosa che andrebbe fatto insieme.
Da soli è troppo dura. Insieme non significa obbedire passivamente all’esperto ma collaborare con lui e con la sua equipe, fare la propria parte.
La domanda sorge spontanea: è possibile cambiare veramente? In che senso si intende la modificazione della prognosi oncologica?
Si fa un gran parlare di ’cambiamento’ e alla fine è solo confusione. Diciamo che la prima parte del 'cambiamento' consiste nella necessità di adattarsi, modificare le nostre abitudini, riconoscerle e valutare se e quanto sono ancora utili per come richiede la situazione.
La malattia oncologica è un esempio perfetto per cogliere questa dinamica: chi prima lo capisce prima si cura.
Prima cambia e meglio è.
Si modifica il tono dell'umore, l'impatto dei farmaci e la dinamica degli effetti collaterali. La diagnosi è solo il punto di partenza perché offre l’occasione, anzi costringe a un attuare una trasformazione radicale e irreversibile.
Un cambiamento che va compito nel modo più rapido e radicale possibile se questo è utile anzi necessario alle cure.
Servan-Screiber ha dimostrato per primo tra i tanti il contributo determinante della dieta alle cure, l'effetto del tipo di sostanze che si mangiano e che si evitano, l'importanza della corretta cottura.
Ma ancora una volta la prima trasformazione non è cosa si mangia ma il perché si cambiano le abitudini alimentari.
Chiunque di noi che ha tentato la dieta mantenendo identiche le proprie abitudini alimentari e o stile di vita lo capisce immediatamente. Anticancro David Servan-Schreiber ed. Pckwick Milano 2013
Un esempio è la storia del dottor David Servan-Schreiber: un medico francese specialista in radiologia.
Quando scoprì il suo tumore cerebrale per la statistica avrebbe avuto sei mesi di vita.
Da medico specialista andò a cercare tutte le pubblicazioni esistenti sulla sua patologia: analizzò i dati e i meta-dati ( un livello ancora più raffinato di analisi delle evidenze) per individuare le ragioni per cui a parità di patologia alcuni erano appunto all’inizio della curva e in altri punti intermedi.
Nel suo libro Anticancro racconta come è riuscito a restare in vita per altri vent’anni e cosa ha scoperto seguendo questa logica.
Ha scritto vari libri e ha promosso moltissime conferenze per diffondere quanto andava via via scoprendo.
Se ne trovano molte su youtube.
Reagire significa capire fino in fondo la propria situazione clinica e le sue prospettive e fare in modo di creare con l’oncologo e la sua equipe un clima di costruttiva fiducia e collaborazione: e insieme fare tutto quello che si può fare, ogni azione utile.
Reagire significa attraversare la fase in cui il senso di estraneazione ci paralizza.
La paralisi e le paure si attraversano studiando e imparando.
Imparare cosa?
Innanzi tutto come aderire alle cure e poi come modificare le nostre abitudini in modo coerente ad esse.
Sostenere questa evidenza è molto dura, non sempre i familiari riescono da soli a compiere anche loro la trasformazione necessaria a trasformare il proprio stile di vita per integrarlo alle necessità del paziente oncologico.
Si rischia il paradosso della 'doppia cucina': una per il paziente e una per i suoi familiari.
L'oncologo può favorire il cambiamento, augurarlo o prescriverlo ma non può anche occuparsi di realizzarlo.
Anche il biologo-nutrizionista non sempre riesce da solo a favorire condizioni di reale trasformazione delle abitudini.
Anche in questo caso la presenza dello psiconcologo può essere utile nel creare gruppi di informazione per pazienti e familiari e, soprattutto, attivare momenti conviviali in cui si impara un nuovo modo mangiare ma anche di fare la spesa e cucinare.
Per mangiare bene tutti. La questione che voglio sottolineare è che le cure sono sempre, e specialmente in oncologia, qualcosa che andrebbe fatto insieme.
Da soli è troppo dura. Insieme non significa obbedire passivamente all’esperto ma collaborare con lui e con la sua equipe, fare la propria parte.
La domanda sorge spontanea: è possibile cambiare veramente? In che senso si intende la modificazione della prognosi oncologica?
Si fa un gran parlare di ’cambiamento’ e alla fine è solo confusione. Diciamo che la prima parte del 'cambiamento' consiste nella necessità di adattarsi, modificare le nostre abitudini, riconoscerle e valutare se e quanto sono ancora utili per come richiede la situazione.
La malattia oncologica è un esempio perfetto per cogliere questa dinamica: chi prima lo capisce prima si cura.
Prima cambia e meglio è.
Si modifica il tono dell'umore, l'impatto dei farmaci e la dinamica degli effetti collaterali. La diagnosi è solo il punto di partenza perché offre l’occasione, anzi costringe a un attuare una trasformazione radicale e irreversibile.
Un cambiamento che va compito nel modo più rapido e radicale possibile se questo è utile anzi necessario alle cure.
Servan-Screiber ha dimostrato per primo tra i tanti il contributo determinante della dieta alle cure, l'effetto del tipo di sostanze che si mangiano e che si evitano, l'importanza della corretta cottura.
Ma ancora una volta la prima trasformazione non è cosa si mangia ma il perché si cambiano le abitudini alimentari.
Chiunque di noi che ha tentato la dieta mantenendo identiche le proprie abitudini alimentari e o stile di vita lo capisce immediatamente. Anticancro David Servan-Schreiber ed. Pckwick Milano 2013